A cura dell’arch. Viviana Cuozzo

Il ciclo iconografico di San Vitale è composto da statue, quadri e affreschi. Siamo perciò di fronte a quattro sistemi diversi di rappresentazione, a quattro livelli tematici. Nella navata emerge dapprima con forza l’apparato scenografico di tipo architettonico, rappresentato sulle pareti con il sistema dei quattro altari, dopo l’apparato decorativo geometrico e floreale che riempie gli spazi e fa da sfondo, successivamente tutto ciò che è rappresentato nei riquadri e nelle nicchie; infine le rappresentazioni del presbiterio, dell’esedra e del catino absidale. Questi ultimi due livelli tematici sono quelli più significativi, sia sotto il profilo artistico che a livello catechetico e ideologico.

L’apparato decorativo: Il sistema dell’apparato decorativo è fatto di forme geometriche intagliate nei marmi dipinti, di riquadri e di immagini naturalistiche. Questo sistema in un certo senso potrebbe apparire quello meno importante, poiché esiguo rispetto alle altre immagini, ma soprattutto perché interviene come riempitivo degli spazi di transizione tra i temi narrati e gli fa da sfondo, uno sfondo molto ricco, in linea con il gusto dell’epoca in cui è stato concepito.

Al di là della raffigurazione dei marmi policromi vediamo che spesso è ripetuta la rappresentazione di foglie di palma, rimando per eccellenza al tema martirio, principalmente nei riquadri del controsoffitto ligneo, viene continuamente dipinta tra le mani dei nostri personaggi, per essere infine più chiara ed incisiva sui setti murari di transizione tra navata e presbiterio, dove in alto ne vediamo chiaramente due affiancate con una corona sovrapposta. Ecco il motivo per cui questa immagine delle palme incoronate è l’eco della dedicazione piena della basilica ai martiri, il simbolo dell’incoronazione del martirio.

L’apparato architettonico: L’apparato iconografico architettonico è rappresentato dagli affreschi sulle pareti e dagli altari laterali, che si presentano come una scenografia. Poste su un podio elevato delle gigantesche colonne binate, con capitello pseudo ionico, dipinte in marmi policromi, tutte diverse l’una dall’altra, a simboleggiare una ipotetica provenienza del materiale dallo spoglio di altri edifici, ed una la trabeazione sovrastante che si pone al margine del controsoffitto ligneo; tra gli intercolumni sono compresi in basso dei riquadri e in alto delle nicchie, inserite in un altro ordine architettonico. Tutto questo apparato è opera di Annibale Priori che lo concepisce secondo le più audaci formule illusionistiche e prospettiche, che erano tipiche dell’epoca barocca.

Il colonnato non è altro che la rappresentazione della memoria dell’edificio paleocristiano, diviso in tre navate, per cui questa immagine invita al passaggio ideale verso gli spazi laterali, quelli appunto aperti tra le colonne. Ovviamente questa è una rappresentazione fantasiosa, poiché il colonnato del IV sec. non aveva di certo quelle dimensioni, le colonne con tutta la trabeazione dovevano innalzarsi da terra fino a tre quarti dalla parete e non esisteva il basamento. Ma questo è un gioco illusionistico, finalizzato a porre l’enfasi sul tema della partecipazione del mondo esterno con quello interno, e viceversa, in un rimbalzo continuo di visuali, cosa che accade osservando le pareti per intero, fatto proprio per commuovere l’osservatore e generare in sé la domanda della relazione tra la coscienza individuale e il cosmo.

I quattro Altari laterali sono quelli della chiesa del IV sec. traslati nell’attuale posizione, con piccoli rimaneggiamenti, a seguito degli interventi sistini. Del Fiammeri sono i quadri presenti in tre altari.

Sul primo altare in fondo destra la tela dove è raffigurato “Il Trionfo della Verginità”, sull’architrave si legge: “Adducentur Regi Virgines post Eam” … sono condotte al re le vergini compagne della Sposa. L’esercito di fanciulle, tra cui le sante Orsola e Barbara, sono raccolte intorno a Caterina d’Alessandria, qui presentata nel simbolico atto di vittoria sugli strumenti di supplizio (spada e legno della croce sotto i piedi) quale sublime esempio di tenacia nel rinnegare l’idolatria.

Sul secondo altare a destra la tela dove è raffigurata l’Assunzione della Vergine Maria; sull’architrave si legge “Vas admirabile opus Excelsi” … vaso ammirevole di grazia opera dell’Eccelso, Maria Assunta in cielo, sorretta dagli Angeli in una mandorla di Gloria; il Fiammeri ripropone nella zona inferiore i più tradizionali emblemi della Vergine, come la rosa senza spine, la torre e via dicendo, poi in quelle immagini dai toni lirici del racconto agiografico… bella tu sei qual sole, bianca più della luna.

Ad esso si riferisce anche il brano dei Proverbi declamato dal re Salomone, raffigurato nella nicchia sovrastante, mentre al martirio allude il passo dei Salmi presentato dal Re Davide nella parte opposta.

Il primo altare a sinistra ha una tela che rappresenta i Santi Confessori, tradizionalmente attribuita al Fiammeri, che i restauri più recenti tenderrebbero ad attribuire ad un pittore della sua cerchia (Rutilio Clementi ?); sull’architrave il fregio che reca l’iscrizione: “Qui sunt Christi carnem suam crucifixerunt” … quelli che sono di Cristo crocifissero la propria carne.

Il secondo altare a sinistra oggi ospita il Crocifisso, di buona fattura settecentesca, ma di autore ignoto, con croce di legno, di recente restaurato, poiché pochi anni fa ha subito un atto di scempio da parte di un vandalo; sull’architrave leggiamo il fregio: “Ut mederer contritis corde” … per risanare i contriti di cuore.

Le rappresentazioni nelle nicchie e nei riquadri: Le nicchie e i riquadri sono poste negli intercolumni e sopra gli altari. Nelle nicchie in alto sono rappresentati dei Profeti e alcuni personaggi biblici. Lo stile fortemente plastico di queste figure bibliche, che emergono da finte edicole concepite come edicole votive, inserite tra colonne, architrave fregi e opulenti festoni, sono opera di Andrea Commodi, stesso autore delle pitture dell’Abside.

Vediamo Daniele, inneggiante al retto insegnamento dei saggi, e Geremia, che annuncia ai suoi persecutori l’implacabile punizione divina sopra il primo altare in fondo a destra; vediamo il re Salomone con una citazione dal libro dei Proverbi sopra il secondo altare a destra, e il re Davide con un passo dai salmi che allude al martirio sopra il secondo altare a sinistra; ancora Isaia e Zaccaria intorno al primo altare a sinistra, infine sulla controfacciata Gioele, l’unico a recare il monogramma mariano, anziché l’emblema dei gesuiti IHS, e Michea.

Accanto ai Profeti leggiamo citazioni dalle sacre scritture che contribuiscono a conferire dignità alla figura del martire, cui spetta la ricompensa divina, ma hanno anche un chiaro intento di edificazione e di ammaestramento morale, al disotto dei riquadri sono riportate delle iscrizioni di carattere esplicativo delle scene dipinte.

Nei riquadri in basso della navata sono raffigurate diverse scene di martirio, opera del pittore Tarquinio Ligustri. Vediamo il martirio di S. Ignazio Vescovo, dei santi Marcellino e Pietro, di San Pafnunzio di Tebe, di Sant’Andrea, di S. Vittore in Siria, di San Clemente, di San Gennaro Vescovo, dei Santi Quaranta Militi in Armenia, di San Martiniano, condottiero dell’esercito in Cilicia, e dei suoi militari, e di un Soldato ignoto di Cristo in Egitto.

Quelli che abbiamo definito riquadri altro non sono che la rappresentazione immaginaria di finestre aperte sulla muratura della chiesa, lo notiamo dagli sguinci accennati nelle cornici. Finestre raffigurate nell’intento di portare il pensiero del fedele verso l’esterno, ma anche di trascinare il mondo all’interno della chiesa. Viene pensata una sorta di osmosi cosmica, di partecipazione tra l’io e l’universo.

Ciò che predomina nelle raffigurazioni in sostanza è il paesaggio, in una visione pacifica e indisturbata in cui si svolge ogni singola vicenda di martirio. Questa scelta rappresentativa è davvero non comune per l’epoca, perché al tempo dei Gesuiti si preferiva privilegiare rappresentazioni terrificanti di orribili tormenti. La natura inviolata qui è la scena predominante, è il teatro in cui si compie il martirio, che viene intarsiato in questa scenografia come fosse la pietra più preziosa da estrarre da questo gioiello. La visione paesaggistica è il rimando al mondo, al creato, al simbolo dell’opera tutta di Dio, che assiste allo svolgersi sereno del suo disegno. La visione dell’ambiente naturale non è nitida, tutto il contesto appare quasi enigmatico, da decifrare: un ammaestramento iconografico, che interviene in modo molto sottile a ricordarci che la nostra visione umana, stretta nella finitudite terrena, non è perfetta.[1]

Le rappresentazioni nell’abside e presbiterio: Qui sono raffigurate le scene con i quattro martiri titolari della Chiesa: i Santi Vitale, soldato dell’esercito romano nel III sec, Valeria sua moglie e i figlioli Gervasio e Protasio, scene con due personaggi biblici ed infine la rappresentazione della salita al Calvario di Gesù.

In fondo alla parete laterale destra vediamo un affresco di Agostino Ciampelli che raffigura il martirio di San Vitale. La malvagità dell’azione perpretata all’interno del tempio pagano di Ravenna è qui presentata in tutta la sua allucinante crudeltà nei dettagli dell’ingombrante strumento di tortura, l’ecculeo, su cui giace il Santo spogliato delle sue vesti da soldato, l’elmo  la spada e lo scudo, riposte in basso, i suoi carnefici mentre lo torturano, i funzionari dell’impero che annotano l’evento ed uno che declama la sentenza di morte, all’esterno la folla in tumulto e protesta, in fondo al centro la statua del Dio Apollo.

In basso a questo affresco sono poste due nicchie ai lati della porta che ospitano le statue in stucco di San Gregorio Magno[2] e di San Girolamo[3], nelle cartelle sottostanti vi sono citazioni tratte da loro opere esegetiche, che riguardano il martirio.

In fondo alla parete laterale sinistra un altro affresco di Agostino Ciampelli raffigurante la lapidazione di San Vitale a Ravenna. E’ forse tra le sue opere il capolavoro per la chiarezza e l’equilibrio che reggono la composizione. Vi sono due scene, la più grande quella del momento della lapidazione del santo dopo aver subito la tortura, la seconda è quella in cui si vede il sacerdote di Apollo (l’idolo affrescato nella parete opposta) che si getta disperato da un’alta roccia per il rimorso di aver istigato il giudice a condannare il Martire.

La coppia di nicchie ai lati della porta dell’armadio delle reliquie ospita le due statue in stucco di Sant’Ambrogio[4], che il 7 giugno del 386 aveva ritrovati i corpi dei santi Gervasio e Protasio, e di Sant’Agostino[5], entrambe accompagnate da cartelle con frasi tratte dalle loro opere esegetiche, che riguardano il martirio.

Nelle pareti d’imposta dell’abside, si vedono due pitture che hanno per soggetto quella di sinistra Gedeone che vince i Madianiti (Gedeone fa rompere le lucerne per cogliere di sorpresa l’esercito nemico, è metafora del sacrificio di Cristo, fonte di luce) e quella di destra Sansone che trova il miele nella mascella del leone da lui ucciso, metafora della ricompensa riservata ai martiri dopo il sacrificio della vita.

Il quadro dell’altare maggiore è di autore ignoto del XVII sec e rappresenta  San Vitale, soldato consolare romano, con la moglie Santa Valeria e i Santi figli Gervasio e Protasio. Una intera famiglia vocata alla santità che per mezzo del martirio si è ricongiunta a Cristo. Sottoposto a recente restauro, se ne sta studiando l’attribuzione, forse da ricondurre alla cerchia stessa del Fiammeri (Francesco Da Castello ?).

Più in basso nella curva dell’abside la decollazione di San Protasio e la flagellazione di San Gervasio: il drammatico dialogo tra il pacifico sguardo dei giovani e quelle abiette e torve espressioni degli aguzzini. Pose realistiche, e delicatezza dei colori. Un pathos enorme che vede il martirio passare inosservato tra le genti cattive e la santità.

Nel catino absidale è l’affresco di Andrea Commodi con la salita di Gesù al Calvario. La rappresentazione del martirio per eccellenza. Nel racconto pittorico, che ha innegabili aspetti di vivacità, di drammaticità e di forza coloristica, l’umana sofferenza di Cristo si accende nei ritmi serrati degli episodi minori, come la mesta operazione di erezione delle croci, che si intrecciano alle intense cromie del paesaggio e ai toni cangianti, tipici del tardo manierismo esasperato. Ben riuscito risulta l’effetto decorativo e scenografico della composizione. I colori degli abiti del Cristo e della Madonna, vestiti della terra, il rosso e ammantati di cielo, il blu. Attraenti sono pure i particolari e le espressive figure che animano la scena, veri ritratti. Ne deriva uno spirito di profonda partecipazione, proprio della spiritualità ignaziana, in cui i fedeli sono chiamati tutti ad essere presenti e partecipi al calvario ed al mistero di Gesù.

Il nostro occhio percepisce immediatamente alcune differenze tra l’apparato iconografico visto nella navata e questo del presbiterio: gli affreschi, frutto notevole del Manierismo toscano, non sono più scorci paesaggistici, ma scene a tutto campo, sono rappresentati come quadri o arazzi, appesi alle colonne in modo molto scenografico, mediante drappi annodati e opportunamente incorniciati; le immagini sono molto nitide, non sorgono perplessità nell’inquadramento dei soggetti e nella definizione del contenuto.  Ad assistere alle scene narrate vi sono numerosi angeli e Padri della chiesa, i volti dei martiri contrappongono le loro espressioni serene a quelle generalmente turbate e concitate degli altri personaggi.

            Questi elementi, grazie alle differenze con l’ambito precedente, ci portano a riflettere sul loro significato e ad inquadrare lo stacco tra il pro fanum della navata e il sacrum del presbiterio.

[1] Paolo di Tarso nella I Lettera ai Corinzi quando dice: “Videmus nunc per speculum et in enigmate, tunc autem facie ad faciem” Ora vediamo le cose attraverso uno specchio, per enigmi, ma un giorno le vedremo faccia a faccia.

[2] Martyres tolerant scissuras vulnerum et aliis proferunt medicamenta sanitatis. I Martiri sopportano le aperture delle ferite e agli altri portano i medicamenti per la salvezza.  S.Gregorio.

[3] Basilicas Martyrum daemones fugiunt fortitudine et flagella S.ti Cineris non ferentes. I demoni fuggono dalle Basiliche dei Martiri per la loro forza non sopportando i flagelli delle loro ceneri. S.Girolamo.

[4] Praemium fecit religio quod perfidia putabat esse  supplicium. La religione fece premio ciò che invece la perfidia reputava essere un supplizio. S.Ambrogio.

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